Spesso si sente dire in giro che Bob Dylan é il piú grande cantautore di questo secolo, che meriterebbe il premio nobel per la letteratura e via dicendo. Illustri critici si spellano le mani in applausi virtuali decantando le virtú di questo “menestrello” made in USA. E mi chiedo se davvero la potenza e l´universalitá della lingua inglese possano giustificare simili assolutismi in termini di giudizio. A mio avviso no.  Certo, ci sono canzoni che meritano e sono notevoli, specie se paragonate all´attuale proposta musicale, ma ció non basta a trasformare un cantautore “nel piú grande poeta del XX secolo”. Non basta scrivere canzoni basate ahimé su populistici quanto superficiali ideali sessantottini, specie se quegli stessi ideali sono poi traditi nella vita privata. Faber era diverso. Alla vita da vip scelse la vita semplice e salutare de L´Agnata, in Sardegna. Fu sempre fedele a sé stesso e ai versi delle sue canzoni, vere poesie, e non banali canzoni antisistema. Erano testimonianze della vita umana, nelle sue debolezze, nelle sue virtú, nelle sue disperazioni, nei suoi amori. Ed é per questo che per me Faber é e resterá sempre il piú grande poeta che io abbia mai conosciuto. Come disse la grande Fernanda Pivano, (che pur di poesia e musica americana qualcosa sapeva), “Dicono sempre che Fabrizio é il Bob Dylan italiano. Dovrebbero invece  dire che Bob Dylan é il Fabrizio De André americano”. E io non potrei essere piú d´accordo. Ecco il link a una delle piú belle (e forse meno note) poesie di Faber, “la canzone del padre”, contenuta nello stupendo album “Storia di un impiegato”.