C’era una volta un menestrello dalla voce profonda ed emozionante. Un menestrello che a dispetto
della propria privilegiata condizione sociale si è sempre fermato ad osservare cosa c’era intorno a
lui, e soprattutto dietro di lui. Un menestrello che avevo lo straordinario dono di scovare la bellezza
anche nella disperazione. E forse fu proprio la disperazione decantata nell’Antologia di Spoon River
ad attirare Fabrizio De André verso una riscrittura in musica di alcune delle poesie scritte da Edgar
Lee Masters
e tradotte da Fernanda Pivano nel 1943. Disperazione, appunto, ma anche solitudine,
nostalgia, morte, amore. De André riesce, assieme all’allora quasi esordiente Nicola Piovani, a
trasformare i testi originali e piegarli alla propria voce ed alla propria musica, con un risultato
probabilmente ingiustamente sottovalutato dalla critica. Non al denaro, non all’amore ne al cielo,
questo il nome dell’opera, è dunque un concept album, in cui, così come nell’originale, a parlare
sono i morti che giacciono sulla collina dello Spoon River, nel cimitero in cui ognuno a turno
racconta la propria travagliata esistenza. Fa da incipit ”La collina”, che apre il disco con alcune
delle storie degli abitanti del cimitero. “Dormono sulla collina” canta Faber con grande impeto,
facendo letteralmente precipitare l’ascoltatore nella realtà dello Spoon River, raccontando di morti
per guerra, per amore o per errore, fino al Suonatore Jones, che viveva per la musica e che per
questo “non offrì … mai un pensiero al denaro, non all’amore ne al cielo”. Nel secondo brano, “Il
matto”, raccontata come tutte le altre canzoni, in prima persona, il tema portante è la solitudine che
porta alla pazzia il protagonista nel tentativo di essere accettato dagli altri. Elemento che
impreziosisce il pezzo è il ritmo allegro che fa da contraltare alla melanconia della storia. Il ritmo si
fa più incalzante ne “Il giudice”, che rappresenta un’amara ed al tempo stesso ironica invettiva
contro i pregiudizi che si abbattono sul diverso (in questo caso un nano), e alle conseguenti reazioni
che possono generarsi da parte di quest’ultimo. Su un bell’arpeggio di chitarra classica si apre “Il
blasfemo”, splendida metafora sull’eterno contrasto tra libero arbitrio e credo, mentre “Un malato”,
forse uno dei momenti più toccanti del disco, narra della vita per l’appunto di un malato di cuore,
costretto “a farsi narrare la vita dagli occhi” fino a trovare, anche se per un solo momento, l’amore,
e con esso la morte, con “il cuore che restò sulle labbra” della sua lei. Molto significativa “Un
medico”, aspra critica alla mancanza di idealismo che permea la società e alle conseguenze (talvolta
tragiche) che gli idealisti si trovano a dover affrontare in un mondo in cui sono visti come deboli, in
un mondo “in cui il sistema sicuro è pigliarti per fame”. In “Un chimico” è discusso il mistero
dell’amore tra uomo e donna, mistero che resta tale agli occhi del narratore, che non riesce a
carpirne i segreti fino alla sua morte, avvenuta per un esperimento sbagliato. “Un ottico” parla
invece del tentativo di andare oltre la normale realtà, (ciò ha portato più volte ad un’interpretazione
del brano come un riferimento all’uso di sostanze allucinogene). “Un ottico” rappresenta da un
punto di vista prettamente musicale il momento forse più interessante e innovativo del disco, con
sovrapposizioni di strumenti elettrici ed acustici, una parte strumentale estremamente ispirata ed un
arrangiamento molto particolare che permeano il pezzo di un’aria quasi progressive. Il lavoro si
chiude con “Il Suonatore Jones”, unico personaggio del disco dall’identità precisa e che ad una vita
che non desiderava preferì la rovina dei propri campi per poter suonare e seguire le proprie passioni.
Inno alla libertà, il pezzo è una ballad dal sapore dolce e melanconico allo stesso tempo, e
rappresenta la degna conclusione dell’album. In definitiva, “Non al denaro, non all’amore, ne al
cielo” è un lavoro innovativo ed ispirato, tra i pochi, (se non addirittura unico) tentativi di coniugare
un lavoro poetico d’oltreoceano (con tutte le difficoltà di adattamento che esso comporta) ad
un’opera cantautorale italiana; De André non fallisce nell’obiettivo, regalando forse in alcuni
frangenti momenti di poesia più alti che nell’originale, e per questa sua profondità, per questo suo
andare in direzione ostinata e contraria, non possiamo che essergli immensamente grati.

 

Sonic M

 

 

Il suonatore Jones – F. De Andrè

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